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autoritratto / archiviarsi / istituzionalizzarsi
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# 27.17

Istituzionalizzarsi

Occuparsene insieme


 
Ero su una barca a vela con altra gente familiare (ma chi?) avevo la sensazione di essere fra gente che mi amava.
Dal “Diario dei sogni” di Elsa Morante, 3 marzo, 1938

 
Il I feci visita a numerosi amici e feci trasportare a bordo la cassa dei quadri tramite l’agenzia del signor Passeri senza passare attraverso le faticose formalità della Dogana.
Dal “Diario” di Thomas Jones, agosto 1783

 
 
Perché istituzionalizzarsi?
Cos’è che induce un artista ad uscire dal proprio microcosmo libero ed autonomo per intersecarsi con le leggi del macrocosmo? Perché costituire un ente burocratizzandosi e in cambio di cosa rinunciare alla propria sregolata indipendenza?  Che senso ha entrare in un ordine di obblighi e doveri, di scartoffie e formalismi?
Se l’intenzione non è tanto quella di lasciare un’incombenza ad un erede, di trasmettere la propria opera ai posteri obbligandoli ad una visione predeterminata, ma quella piuttosto di considerarla una materia fluida e vigorosa da manovrare quando si è vivi, che cos’è, allora, che spinge ad arrischiarsi in un terreno così vischioso tra il giuridico e il fiscale? E se si decide alfine di entrarci, in questo meccanismo burocratico, come farlo, senza venirne soggiogati?
 
Per tutelare le proprie intenzioni si è progettata una macchina con un congegno fatto di prassi legali e di dichiarazioni. Per persistere nella propria azione quotidiana, per farsi capire e ascoltare, per provare ad essere incisivi, si è messa in piedi un’organizzazione che riconosca e garantisca all’artista non un potere arbitrario, ma una voce legittima e regolarizzata.
 
Si è fondato l’archivio con un gruppo di persone per andar fuori ed immettersi nel mondo, chiamando a raccolta le persone vicine per affidar loro l’essenza e per stringersi tutti assieme attorno al nucleo. Ci si è de-soggettivati, spersonalizzarti per far partecipare al proprio progetto dei simili e farsi accompagnare a spingere l’intimità là, nella totalità, nello spazio pubblico condiviso.
 
Da un lato l’artista in prima persona che fonda un universo con le proprie regole e dall’altro l’archivio, un organismo composto da persone di fiducia che l’aiuta a determinare il proprio mondo nel mondo.
Lo studio che genera le opere è in mano all’artista, l’archivio che le storicizza è in mano alla comitiva. Da una parte l’artista che tira fuori la materia e dall’altra il comitato che si prende cura e protegge, comprende e traduce, vigila ed amministra.
 
Prima è nato l’archivio come forma solitaria di autodeterminazione poi si è trasformato in organo collegiale. Ciò che si è generato in solitudine non è più cosa esclusivamente privata, ma un organismo appartenente ad un gruppo di pari che congiuntamente lo sostiene e accudisce. Stare insieme, far parte di una compagnia, percepirsi solamente come una porzione tirandosi fuori dal ruolo primario è diventata condizione necessaria per portare avanti e sorreggere il fulcro compatto e fragile, dell’operare artistico.
 
Bisogna far in modo che venga riconosciuto un ruolo cruciale a questo statuto partecipato, attraverso cui attribuire un valore aggiunto all’oggetto-opera. Bisogna riconoscere alle persone che costituiscono il comitato d’archivio l’importanza del loro ruolo intellettuale e di cura. L’opera da sola è monca e viene completata solamente con la partecipazione dell’archivio, che da cosa gestita in solitudine dall’artista diventa cosa amministrata da un gruppo di individui, di co-autori. Se l’archivio è catalogato al proprio interno come opera, ci si può azzardare a dire che entrare in questa casa e sostenere questo progetto dal di dentro significa compartecipare al processo artistico.
 
L’atto costitutivo, porta in sé una definizione della poetica dell’artista. Gli strumenti formali che vanno dalla struttura della scheda dell’opera al certificato di archiviazione autentica, dai timbri agli allegati, definiscono una procedura che fa passare quello che fino ad ora rimaneva sul piano dell’immaginazione e dell’utopia a quello del piano dell’autorevolezza e della concretezza. Attraverso una qualche forma estetica dell’amministrazione si va tracciando una specie di interpretazione del mondo.
 
Il desiderio di uscire da una forma solipsistica per non rimanere isolati e prendere parte ad un ordine più ampio spinge a trovare il modo giusto per entrare nella mischia, commistionandosi con altri sistemi, senza sentirsi inglobati, conformati e omologati. È proprio questo sistema collettivo che, elaborando le proprie leggi interne e inventando le proprie procedure, va a rappresentare la libera complessità che nasce dalla singolarità, facendosi così lo strumento che fa emergere e rispettare le intenzioni.
 
L’archivio, costituito da persone che lo sostengono attraverso l’amorevolezza e la conoscenza, permette di tenere separato il valore culturale da quello economico. L’autonomia di giudizio e di azione del primo è ciò che permette al sistema libero di continuare ad esistere e proseguire il gesto artistico. Misurarsi con il corpo legislativo serve ad entrare a fare parte di uno stato di diritto perché non vinca la regola del mercato, ma l’emotività che straborda dal di dentro.
 
Istituzionalizzare, sì, ma non troppo.
Qui si tratta di arrischiarsi a trovare una soluzione per far convivere due propensioni opposte. Qui si prova ad istituzionalizzare l’indefinibile, di aggiogare ciò che per sua natura non si vuol far proprio imbrigliare. E al tempo stesso si fa di tutto per svicolare da ogni forma di incapsulamento.
Si prova a definire un dispositivo chiaro, indiscutibile e ben strutturato, sì, ma allo stesso tempo, lasciando la libertà ad ogni cosa di essere messa sempre in discussione.
Bisogna riuscire a portare avanti entrambe le due anime contraddittorie, quella comunista e quella anarchica, bisogna proprio trovare il modo per farle convivere. Da un lato l’aspirazione a sentirsi parte di una moltitudine, di prendere parte ad un mondo comune, dall’altra la vocazione libertaria che si sottrae ad ogni forma di dominio. L’archivio nasce per tentare di dare struttura alla configurazione entropica derivata dalla natura umana e allo stesso tempo preme per farla uscire dall’isolamento ed immetterla in una rete collettiva, non imponendo il proprio pensiero, ma rimanendo in un atteggiamento sempre dialogante con la popolazione esterna.
 
Quello a cui si è pensato non è in alcun modo un monumento autocelebrativo. Non si chiede agli altri alcun sostegno apologetico, commemorativo. La struttura stessa della raccolta ordinata e sistemata, composta da mille frammenti è di per sé anti-monumentalistica e contempla al suo interno la possibilità che tutto possa squagliarsi, disgregarsi, riaggregarsi. Si chiede piuttosto ai compagni di viaggio, l’aiuto a non far sfuggire alcuna particella e a mantenere aperta la frantumazione per riassestarla di volta in volta verso una nuova direzione. L’artista a questo punto, non detta più delle leggi autoreferenziali, si apre al confronto, e si ritrae per far spazio anche ai propri compagni per farli sentire liberi di prendere in mano la sostanza lasciando che compongano, allarghino e rilancino, spostando ulteriormente il senso.
 
(Scritto nel 2023)
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istituzionalizzarsi-0
Luca Pes, Piero Pes e Maria Morganti
Firma dell'atto costitutivo dell'archivio
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Ph. B. Garatti