Statuto

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Statuto

Un buon statuto definisce un insieme di regole fondamentali, istituzionalizzanti, ma che per durare nella storia devono essere flessibili e rimanere ricettive ai cambiamenti. Tutto quello che verrà affermato qui non sarà rigido, ma suscettibile a modifiche e aperto alle trasformazioni per stare dietro al corso naturale dello svolgimento delle cose.
 
Da un lato, archivio come luogo che produce documenti e mantiene la memoria e, dall’altro, archivio come immagine, metafora.
Considero l’archivio parte integrante di tutto il mio lavoro, e lo reputo esso stesso un’opera che contiene tutte le altre. Percepisco il gesto stesso del catalogare, conservare, memorizzare, così come tutto il ragionamento attorno al mio operare già di per sé parte della mia processualità d’artista.
In un certo qual modo l’archivio è il luogo dove ho definito la mia visione, il mondo entro cui stare e allo stesso tempo il punto dove ho preso le distanze da ciò che faccio analizzando e relativizzando ogni cosa.
 
La parte dell’archivio visibile all’interno del sito, seppure molto ampio, è solamente una porzione di quello complessivo. Quello privato consultabile, ma non pubblico, ingloba ulteriori cose, dati e informazioni.
L’archivio nella sua interezza è composto sostanzialmente da cinque parti:
-        Archivio opere
Concentrato simbolicamente nel “Luogogesto” che al suo interno contiene i quattro “Archiviatori”: “Sedimentario”, “Quadro infinito”, “Diarioteca”, “Casa diari papà”.
-        Archivio fisico documenti
Fatto di foto, diapositive, libri, documenti cartacei, ecc.
-        Archivio digitale privato
Contiene la maggior parte delle cose dell’archivio fisico che è stata digitalizzata con l’aggiunta di ulteriori documenti che esistono solo in forma digitale.
-        Archivio web privato
Quasi tutto l’archivio web, ma con immagini in bassa definizione e con in più la possibilità di essere connesso in tutte le sue parti e di fare molti tipi di ricerche.
-        Archivio web pubblico
È una parte di quello web privato ed è reso consultabile da tutti attraverso il sito “Maria Morganti. Un archivio del tempo”.
 
La struttura del mio archivio si è andata a delineare lentamente negli anni adattandosi con la forma ai contenuti e non viceversa. Per anni ho lasciato che le cose venissero fuori da me stessa senza un progetto preciso, che si formassero in maniera fluida, non pensando a cosa fossero e cosa sarebbero state. È solo successivamente che ho cominciato a vederle come dati di fatto, a guardarle, a cercare di comprenderle e nominarle. Nel momento in cui ho cominciato a catalogarle non ho omesso nulla. Ho cercato di trattenere ogni cosa senza nessun pudore. Al suo interno sono catalogate non solo le opere realizzate, ma anche quelle che non si sono potute realizzare, quelle che non esistono più e quelle che forse prima o poi si realizzeranno. In questo archivio è stato inserito tutto, veramente tutto, quello che ho prodotto e vissuto professionalmente, opere, documenti ed esposizioni, senza alcuna selezione, proprio perché la forma ossessiva del trattenere ogni cosa senza mai lasciare andare via nulla è qualcosa di totalmente coincidente con la natura della mia pratica, della mia psiche e della mia mente.
 
Quando il modo di pensare all’archivio ha iniziato a coincidere con il mio procedere d’artista, quando cioè si è reso evidente che il fulcro del mio lavoro stava diventando il fatto di lasciare che le cose accadessero per poi tenerne una documentazione, ho cominciato a riflettere sulla formazione di un archivio vero e proprio. Ho cominciato a pensarci tra il 2003-2006 più o meno in parallelo al principio delle “Sedimentazioni”, dei “Diari” e del “Quadro Infinito”, cioè a quelle opere pittoriche che richiamano metaforicamente a delle forme d’archivio. Nel 2010 ho iniziato a lavorarci direttamente e nel 2016 appena pronto l’ho pubblicato nella rete. Da allora è sempre in perenne aggiornamento, precisazione e correzione.
 
L’archivio è un lavoro in progress, continuamente in trasformazione, che riporta le tracce di ogni opera, di ogni attività professionale e di ogni ragionamento che si forma attorno all’opera. Ed è per questo un organismo vivo che tiene conto di tutti cambiamenti e di tutte le cose che si aggiungono man mano nella realtà. Le opere aumentano, cambiano e cambiano anche i rapporti che si innescano fra loro.
Posso affermare che questo complesso organico l’ho fatto prima di tutto perché mi sia utile da viva e non per quando sarò morta. Mi serve a vedermi e a ragionare. Ma spero sia anche uno strumento utile per chi volesse aiutarmi a definire, studiare, interpretare, a tenere in vita quello che faccio. Chi verrà dopo di me potrà decidere se cristallizzarlo, se continuare a farlo vivere o farlo sparire per sempre.
 
L’archivio è l’atto di responsabilizzazione che ho voluto fare nei confronti della mia opera, l’organo deputato ad assicurarne l’autenticità, il garante che ne dà valore permettendone la tracciabilità.
Ogni cosa che viene inserita all’interno dell’archivio-opera assume immediatamente lo statuto di opera. Tutto quello che è dentro all’archivio viene considerato un’opera, tutto quello che sta fuori invece non lo è. Nel momento in cui viene inserita al suo interno l’opera rimane imprescindibilmente legata all’archivio.
 
Chiunque ha e avrà un rapporto con l’opera potrà sempre fare riferimento a questo congegno e dovrà sentirsi responsabile della tenuta dell’archivio a partire da me che l’ho fatta. Chiunque possieda, tratti, restauri, conservi, studi e tramandi un’opera parteciperà attivamente all’archivio, tenendolo informato di tutte le cose che riguarderanno l’opera, dal passaggio di proprietà, alla partecipazione a nuove esposizioni o pubblicazioni, agli incidenti, ecc. Diventerà da una parte testimone delle vicende dell’opera e dall’altro si sentirà parte di un organismo che vigila su di essa.
Per precisare meglio questo punto e coinvolgere anche i proprietari delle opere in questa azione dell’archiviare ho voluto includere questo testo nell’allegato che viene consegnato assieme al certificato di autenticità ogni volta qualcuno diventa un nuovo detentore del mio lavoro. Quasi a dire paradossalmente che è più importante mantenere in vita la storia dell’opera che l’opera stessa. In questo modo essa continuerà ad esistere anche se dovesse sparire.
 
Ad un certo punto è avvenuto uno sdoppiamento. Si sono andate a definire sostanzialmente due identità: l’opera come atto aperto ed incerto e l’archivio come luogo della certezza. Da un lato il corpo fisico dell’opera e dall’altro il corpo fisico dell’archivio, ovvero la struttura nata per continuare a pensarla e prendersene cura. Come se il cervello vero e proprio dell’opera non stia materialmente dentro all’opera, ma da un’altra parte, nell’archivio.
Non mi importa del fatto che l’opera possa effettivamente deteriorarsi o sparire, ma mi importa molto, invece, di tutto quello che la riguarda dal momento in cui è stata pensata fino a quando è entrata nell’archivio. Da quando cioè ha cominciato a vivere in altro modo diventando un agglomerato di stratificazioni della memoria. Si potrebbe affermare in un certo senso che il vero senso non sta nell’opera stessa, ma nell’archivio che porta in sé la sua aurea.
 
Avendo affermato che l’archivio è un’opera e avendo detto che l’opera ha una vita che va al di là della volontà dell’artista, allora posso scrivere in conclusione, in maniera paradossale che il fatto che sia esistita è già sufficiente per aver determinato qualcosa nella realtà. E che se l’archivio stesso dovesse sciogliersi come neve al sole perché nessuno lo manterrà in vita si potrebbe accettarlo come un naturale svolgimento delle cose. Quello che voglio dire è che io posso garantire durante la mia vita la continuità, ma non posso pensare alle cose oltre la mia esistenza. Non è nel limite del singolo poter determinare lo svolgimento e la sopravvivenza delle cose, ma è solo nella volontà di un lavoro sinergico di più persone che si può immaginare il passaggio transumano. L’artista non può decidere il futuro della sua opera, essa può persistere o sparire anche al di là del suo volere. Per questo non la disconoscerò mai, proprio perché lei stessa è già documentazione di un fatto accaduto.
 
Il gesto artistico prima di me c’è sempre stato, in parallelo a me continua ad essere espresso e dopo di me sempre continuerà ad esserci in tanti modi differenti. Questo mio modo di percepirmi dentro la storia cioè di sapere che c’è qualcosa che mi precede, qualcosa che mi scorre accanto e qualcosa che mi travalicherà, è proprio quello che vorrei dire attraverso questo concetto dell’archiviare. Vorrei spingermi oltre dicendo qualcosa in più. Occuparsi di questo archivio in particolare significa non tanto o non solo interessarsi alla mia opera, alla mia storia, ma considerare centrale l’importanza del prendersi cura in generale della possibilità che ha l’uomo di esprimere sé stesso e lasciare una traccia della propria esistenza. Questo archivio vuole diventare cioè una metafora della rappresentazione di una visione dell’arte e del mondo. È a questo sentire comune che mi riferisco, al momento primario in cui ogni essere umano si rifà quando ricompie ogni volta il gesto, alla necessità di renderlo potenzialmente reiterabile all’infinito e infine di tracciarne una storia. L’archivio, questo archivio quindi nella sua particolare soggettività entra a far parte di un complesso più ampio di archiviazione universale in cui ad ogni traccia di storia individuale viene dato lo stesso peso, la stessa importanza.
 
Maria Morganti
Venezia, dicembre 2020
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